Linguaggio criminale

Che cos’è la criminalità organizzata e come comunica? Lo ha spiegato Enzo Ciconte, docente di Storia delle mafie italiane all’università di Pavia, durante la conferenza che ha tenuto ieri (18 maggio 2016, ndr), presso l’Aula Magna del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Cassino.

Il professor Ciconte, invitato dal professor Roberto Violi che nell’ateneo cassinate insegna Metodologia della ricerca storica, ha pubblicato molti testi sul fenomeno della criminalità organizzata (come “‘Ndrangheta dall’Unità ad oggi” o “Storia criminale. La resistibile ascesa di Mafia”, “‘Ndrangheta e camorra dall’Ottocento ai giorni nostri”). E all’inizio del suo intervento ha invitato i numerosi giovani presenti al convegno a porsi questa domanda: «La mafia esiste?». Una domanda, come Ciconte ha sottolineato, che non è affatto ingenua e dalla risposta non scontata. Si tratta, infatti, di un fenomeno largamente diffuso ma allo stesso tempo oscurato: «Nelle regioni settentrionali ancora si nega l’esistenza di cellule mafiose in quelle zone». In più, ha aggiunto, ancora non esistono cattedre e documenti ufficiali sul fenomeno della criminalità organizzata, quindi per studiarla bisogna ricorrere a film, fiction, giornali, testimonianze, documentari, archivi di Stato e tribunali, documenti giudiziari. Questi ultimi, sottolinea Ciconte, sono da interpretare però sempre con sguardo critico perché le sentenze non sempre corrispondono alla verità: «La verità giudiziaria – ha detto lo studioso – non è la verità assoluta».

L’intervista in video di Elisa Carbone e Marylisa Cappelli (riprese di Cristina Fortuna)

Ciconte, poi ha spiazzato i suoi giovani ascoltatori rivelando quello che a suo avviso è il documento principale per studiare le criminalità organizzate, val a dire il silenzio. «Se tu non capisci il silenzio – ha detto Ciconte – non cogli l’essenza della mafia». Bisogna abbandonare quindi la credenza che la mafia sia solo violenza e terrore, le sue armi sono diverse e molto più “sofisticate”. Una di queste è proprio il silenzio. «Nell’ambito delle organizzazione mafiose – spiega Ciconte – esistono diversi tipi di silenzio, ognuno di essi con delle peculiarità. C’è il silenzio del mafioso, quello della vittima, quello di coloro che condividono l’ideologia mafiosa, quello di chi ha giurato di difendere lo Stato, quello dei testimoni, quello della Chiesa. E infine quello delle donne e sulle donne». E per quanto riguarda il silenzio delle vittime, Ciconte ha spiegato che si sbaglia ad associarlo al concetto di omertà: «L’omertà non è solo un fatto di avere paura, ma una forma di protezione verso gli altri, una difesa». A sostegno ha citato Camilleri: «I siciliani da sempre diffidano delle parole perché sanno benissimo che le parole o sono pietre o sono cose di vento. Le prime quindi avendo un peso specifico, vanno usate con cura, calibrate; e in quanto alle seconde perché usarle se sono semplicemente inutili? Chiacchiere che hanno la stessa consistenza di una foglia che un refolo porta via?».

Tra i silenzi più inquietanti però ci sono quello della Chiesa e quello delle donne e sulle donne. Il primo è legato al fatto che oggi la Chiesa si schiera apertamente contro le organizzazioni criminali e ogni forma di violenza ma in passato, nei decenni dell’unità d’Italia, non vedeva la mafia come un nemico ideologico in quanto essa non nega la religione. «Un mafioso ateo è un controsenso. Il mafioso ostenta il suo credo religioso» ha detto Ciconte. Basti pensare al funerale ormai famoso di Vittorio Casamonica, a Roma, nell’agosto del 2015. Per quanto riguarda invece le donne, Ciconte sottolinea come queste siano sempre state un elemento molto importante nelle associazioni malavitose: «Sono loro a dare una formazione maschilista e camorrista ai loro figli» ha detto.

La cultura mafiosa viene trasmessa però anche all’interno delle carceri. E proprio qui si sviluppa un paradosso: il mafioso che sta in silenzio nella quotidianità, in carcere parla. E anche parecchio. Ma con un codice più criptico, per esempio attraverso il “baccaglio”, vale a dire quel linguaggio che soltanto loro, i mafiosi in detenzione, possono comprendere. Proprio nelle case circondariali del resto si forma il mafioso, non a caso Ciconte definisce il carcere “l’università del mafioso”. Da studioso del linguaggio il professore ha poi illustrato anche i maggiori linguaggi silenziosi usati dalla criminalità organizzata: “Gli omicidi come l’incaprettamento, gli sfregi, i tatuaggi e il ciuffo a farfalla. I primi due sono punizioni inflitte a chi agisce contro la mafia, gli altri due sono due modi con i quali i mafiosi ostentano l’appartenenza ad un clan». E in conclusione, alla domanda di uno studente fra i molti che affollavano l’aula, ha risposto con forza: «Bisogna denunciare. La mafia si può sconfiggere solo quando lo Stato e i partiti politici decideranno di non avere più rapporti con loro».

Aurora Campopiano

Ciao a tutti, mi chiamo Aurora e studio filologia moderna all'università di Cassino. Mi piace leggere, scrivere e scoprire sempre cose nuove.

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