Gli effetti del global warming

Riscaldamento globale, la sfida è sul mezzo grado

Mezzo grado può fare la differenza? A quanto pare sì. È quanto emerge dal nuovo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate change (Ipcc), l’organismo dell’Onu che vigila sul clima, presentato nelle scorse ore a Incheon, in Corea del Sud. Un documento allarmante, che costituirà un punto di riferimento nella Conferenza sui Cambiamenti Climatici prevista a Katowice, in Polonia, il prossimo dicembre, quando i governi riesamineranno l’Accordo di Parigi per affrontare i cambiamenti climatici.

A presentarlo in esclusiva ai giornalisti e ai portatori d’interesse italiani, durante una sessione on-line alla quale ha partecipato anche Cassinogreen, sono stati Carlo Carraro (Vice Presidente dell’Ipcc-Wg3, il gruppo di lavoro sulla mitigazione), Aldo Ravazzi Douvan (Chief Economist del Ministero dell’Ambiente) e Massimo Tavoni (Direttore dell’European Institute on Economics and the Environment). E il quadro che ne è emerso lascia pochi dubbi: il trattato sottoscritto nella capitale francese tre anni fa, hanno spiegato gli esperti, ormai è obsoleto. Se non si corre subito ai ripari tra 12 anni potremmo andare ampiamente oltre la soglia più ambiziosa indicata dall’Accordo sottoscritto nel 2015 da 195 nazioni, vale a dire 1.5 gradi in più rispetto alla temperatura globale dell’epoca preindustriale (1850–1900). L’Accordo di Parigi, infatti, indica come soglia massima 2 C° in più rispetto ai livelli preindustriali ma prevede un impegno a non andare oltre 1,5 C°. La differenza fra i due scenari sarebbe notevole: per esempio, entro il 2100 l’innalzamento del livello del mare su scala globale sarebbe più basso di 10 centimetri con un riscaldamento globale di 1,5°C anziché di 2°C. La probabilità che il Mar Glaciale Artico rimanga in estate senza ghiaccio marino sarebbe una ogni secolo a quota 1,5°C ma di almeno una ogni decennio se l’innalzamento complessivo fosse di 2°C. Le barriere coralline diminuirebbero del 70-90% con un riscaldamento globale di 1,5°C, con mezzo grado in più si perderebbero praticamente tutte (il 99%).

Il video integrale della presentazione

Nel frattempo però la tendenza sembra andare ben oltre queste soglie. Durante il decennio 2006-2015, infatti, la temperatura è cresciuta di 0,87°C (±0,12°C) rispetto alla seconda metà dell’Ottocento, quando la concentrazione di CO2 in atmosfera rimaneva al di sotto delle 280 parti per milione (oggi, a causa delle molteplici attività umane abbiamo superato le 400 ppm). Il riscaldamento prodotto dalle attività umane così ha già raggiunto il livello di circa 1°C in più rispetto al periodo preindustriale e a questo ritmo si raggiungerebbe 1,5°C intorno al 2040. Come invertire la rotta? In primis, è stato ribadito durante la conferenza, occorre ridurre le emissioni globali di CO2 in modo da arrivare nel 2030 a produrne il 45% in meno rispetto al 2010. Entro il 2050, invece, l’85% dell’energia elettrica dovrà essere prodotta da fonti rinnovabili e il consumo di carbone dovrà essere portato a zero il prima possibile, con un investimento economico non indifferente (duemila miliardi di euro tra il 2016 e il 2035 solo per i sistemi energetici). Sette milioni di chilometri quadrati di suolo invece dovrebbero essere dedicati alla coltivazione di biocarburanti, in modo da arrivare a emissioni zero entro il 2050.

Il rapporto dell’Ipcc, insomma, parla chiaro: solo attraverso un cambiamento radicale e significativo che parte dai governi, si potranno evitare impatti ambientali drammatici e favorire lo sviluppo di una società più sostenibile ed equa. Una sfida per la decarbonizzazione, emerge dal rapporto, che si più ancora vincere e che riguarda tutti i territori, compreso il nostro.

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L'autore

Miriam Miele
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Fortemente attratta dal valore della sensibilizzazione in tutte le sue forme possibili. Amante dell'arte, della musica e della natura.

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