Alberta Riccardi, autrice di "Cafè Ida"

Due amici, un lungo viaggio dalla Ciociaria alla Scozia. Dentro “Café Ida” insieme ad Alberta Riccardi

Il primo romanzo della scrittrice romana è ambientato ad inizio Novecento e lega le nostre terre a una storia di migrazione. Una saga familiare di sacrificio e riscatto sociale


Un nuovo secolo che inizia in un Paese dove ci si può costruire una vita diversa, alla ricerca della libertà. Questo lo scenario, ambientato ad inizio Novecento, di “Café Ida. Una saga dalla Ciociaria alla Scozia” (446 pagine, Piemme, 2022, € 19,90): il primo romanzo di Alberta Riccardi, scrittrice romana, che coltiva da sempre la passione per il racconto, alla quale si è aggiunta da poco quella per la sceneggiatura. Un libro che si prospetta come una “storia universale”, parte dell’identità delle nostre terre. Protagonisti sono due giovani amici: Nevio Montefosco, penultimo di sei fratelli di una famiglia contadina e Giovanni Datti di Lanza, figlio di ricchi proprietari terrieri. Entrambi partono, insieme alle loro famiglie, dalle campagne laziali per arrivare in Scozia, la cosiddetta “terra promessa”, ricca di opportunità per riscattarsi. Dopo un lungo peregrinare, però, la realtà che appare loro davanti non ha nulla a che fare con il paradiso di cui parlavano in paese, rivelandosi un posto freddo e inospitale. Tra discriminazioni e forme di razzismo, la loro vita non sarà affatto facile: la mancanza dei propri affetti e le difficoltà del vivere non tardano a manifestarsi e i personaggi dovranno contare soltanto sulle proprie forze. Tuttavia, soltanto grazie a questi ostacoli riusciranno a diventare uomini e, senza neanche accorgersene, “figli di Scozia”. Sfide, perdite ma soprattutto amicizie, amori e spensieratezza sono solo alcuni dei temi affrontati in questa potente ed intensa saga familiare, capace di coinvolgere i lettori regalando loro profonde emozioni.

Abbiamo voluto intervistare Alberta Riccardi, che l’anno scorso è stata ospite del Festival delle Storie nella Valle di Comino, per entrare in maniera più approfondita dentro questo complesso romanzo sospeso fra storia personale e collettiva.

Come nasce la storia di “Café Ida”?

È partito tutto dall’idea di scrivere memorie di famiglia, per lasciare traccia del passato e tramandarla alle generazioni future, avendo sentito aneddoti su persone che a fine ‘800 erano andate in Scozia. Mio padre mi raccontava che lontani zii, inizialmente spaccapietre, erano partiti da Caprile, una piccola frazione in provincia di Frosinone, ed erano giunti nel Regno Unito a vendere gelati, si chiamavano “Hockey Pokey Man”. Un altro ramo di parenti, piuttosto abbienti, è partito invece da Roccasecca. Effettivamente il mio bisnonno, rappresentato nel libro da Giovanni, ha fatto il barbiere, aveva la passione per il violino e si è sposato con una scozzese molto bella, tutti aspetti che ritroviamo nel protagonista. C’era un problema però: avevo solo qualche notizia sul loro successivo ritorno in Italia, così ho deciso di creare un romanzo. Alla fine, questa decisione è stata un bene: ho cercato di mantenere per quanto possibile degli elementi di verità ma ho dovuto anche inventare laddove non sapevo. Creando inoltre tanti nuovi personaggi, Nevio in particolar modo, che nel romanzo ha avuto un notevole sviluppo.

Quali fonti ha utilizzato per lo scenario storico?

Ho letto molti libri, sul brigantaggio e sul periodo post-unitario, che mi hanno fatto rileggere un po’ tutta la narrazione su Garibaldi e fatto capire cosa poteva essere stato quel periodo per gli occupati. Ho consultato testi di ricerche, riviste, siti internet. In questo modo sono venuta a conoscenza del fatto che intere comunità ciociare si sono concentrate soprattutto nella zona di Glasgow, lavorando nel settore dei gelati e del “fish and chips” diventando pionieri dello street food, con un forte spirito innovativo ed imprenditoriale. Ancora oggi il monopolio di tali attività è nelle mani dei ciociari che hanno aperto sempre più locali di ristorazione e attirato molti seguaci. Per me è stata una scoperta.

 Qual era lo scopo di questo racconto?

Volevo rendere onore a migliaia di persone che si sono sacrificate, in condizioni di miseria e di stenti, anche per i loro cari rimasti in Italia, ai quali inviavano del denaro. È successo non solo in Scozia, ci sono tanti altri che sono andati in Belgio a lavorare nelle miniere o in Francia, a svolgere mansioni ancora più faticose, morendo sul lavoro a causa di gravi malattie, contratte respirando quelle polveri. Le famiglie, non vedendo più tornare il figlio o il padre, si sono ulteriormente sacrificate. Il loro obiettivo era quello di tornare dopo aver migliorato le proprie condizioni economiche. Per fortuna, i miei zii hanno coronato il loro sogno, riuscendo a tornare da benestanti. Ma non è stato così per tutti.

Cosa ha spinto Nevio e Giovanni a rimanere in Scozia nonostante la loro iniziale delusione?

Dato che all’epoca non c’erano molte scelte e possibilità di cambiare strada, ci sono due aspetti da analizzare: il primo è il senso di vergogna nel tornare indietro per paura di deludere le aspettative della famiglia. E il secondo, ancora più importante, è quello della tenacia, grazie alla quale i protagonisti sono riusciti a non arrendersi. Quello che mi è piaciuto di più è stato vederli in prima linea, per ragioni diverse l’uno dall’altro, specialmente grazie alla loro forza di volontà, nonostante i loro differenti modi di affrontare la realtà. Infatti, Nevio era entusiasta, non vedeva l’ora di partire per fuggire da un destino già deciso, dalla fatica e dalla vita identica a quella dei suoi familiari, per scrollarsi di dosso la povertà e costruirsi un futuro. Durante tutto il racconto, per via del suo carattere sfuggente, non riesce a legarsi con nessuna donna. Mentre Giovanni, più mite ma comunque determinato, non era contento di andarsene e di lasciare il suo caro nonno, al quale era legato da un solido rapporto che rimane immutabile nonostante la distanza. Volevo anche rappresentare due diverse famiglie: una benestante ma povera negli affetti e un’altra numerosa e piena di amore nonostante la povertà economica.

È soddisfatta del suo primo libro?

Molto. Ho dedicato tutta me stessa a questo romanzo e la sua pubblicazione per me ha rappresentato un grande traguardo. Lo considero un po’ una creatura, credo che ogni libro sia un “figlio”. Ho affrontato la fase di scrittura soprattutto all’alba, un momento magico avvolto nel silenzio, quando ero da sola con i miei personaggi che hanno aspettato tutta la notte in attesa di andare avanti. Confesso che ne sto già scrivendo un altro.

Quali sono i commenti dei suoi lettori?

Ho ricevuto ottimi riscontri, sono davvero felice quando mi dicono di non riuscire a fermarsi durante la lettura. Ci sono due filoni: gli innamorati della personalità di Nevio e quelli più affini al carattere di Giovanni. Mi ha colpito come diverse persone, che dalla Calabria si sono trasferite a Roma o dalla Sicilia a Milano negli anni ’80, mi abbiano rivelato di aver sentito forti affinità con questa storia. Credo che l’identificazione del pubblico con i diversi protagonisti sia uno dei motivi del successo che sta ottenendo questa mia saga.

L'autore

Chiara Russo
Chiara Russo
Chiara Russo è nata a Cassino il 24 Ottobre 2003. Figlia unica, si è diplomata presso il Liceo Classico G.Carducci di Cassino ed è una studentessa universitaria iscritta al terzo anno presso la facoltà di Lettere e Filosofia a Cassino. Trascorre il suo tempo libero dedicandosi alle sue passioni per la lettura, per il disegno e per la musica.

Chiara Russo

Chiara Russo è nata a Cassino il 24 Ottobre 2003. Figlia unica, si è diplomata presso il Liceo Classico G.Carducci di Cassino ed è una studentessa universitaria iscritta al terzo anno presso la facoltà di Lettere e Filosofia a Cassino. Trascorre il suo tempo libero dedicandosi alle sue passioni per la lettura, per il disegno e per la musica.

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