Dalle macerie all’infanzia ritrovata. A Ceprano gli 80 anni del “treno dei bambini”
Nell’immediato dopoguerra un’iniziativa di solidarietà permise a centinaia di giovanissimi della Ciociaria di essere ospitati presso famiglie nel Nord Italia per ritrovare salute e serenità dopo gli orrori del conflitto. Una storia di speranza riscoperta, con tanto di testimonianze dei protagonisti, dall’Ecomuseo Argil e dall’Associazione culturale Fabrateria
Caramelle, cioccolata calda, brioches alla crema. Ottant’anni fa, nel Nord Italia, i bambini della Ciociaria in fuga dagli orrori della guerra venivano accolti così: con gesti semplici, ma carichi di umanità. Un capitolo poco raccontato della storia italiana che l’Ecomuseo Argil e l’Associazione Culturale Fabrateria hanno riportato alla luce con l’incontro di domenica 22 febbraio, nella Sala Consiliare “Sandro Pertini” di Ceprano (Fr), dopo aver trovato e intervistato quei “bambini novantenni” che partirono alla ricerca di una vita migliore. Proprio a loro, infatti, erano riservate le prime file della platea, affollata di persone interessate a conoscere questa storia.
Il sapore della prima accoglienza
«E chi l’aveva mai vista la cioccolata?» ricorda con il sorriso Alberto Incagnola, 90 anni, partito da Ceprano nel marzo del ‘46 e ospitato per 8 mesi a Parma dai coniugi Rossi. «Appena arrivato mi hanno fatto un bagno con l’acqua calda e mi hanno offerto latte e cioccolata. All’inizio non è stato semplice, non ci capivamo bene ma lì ero felice, andavo a scuola, giocavo nei giardini pubblici con i miei amici, giravo in campagna con la bicicletta ed ero sempre “lindo e pinto”. Sono anche tornato a trovare la coppia che mi ospitò in occasione del mio viaggio di nozze.»

Come è nata l’iniziativa
Tutto era cominciato il 29 dicembre 1945, durante il V Congresso del Pci presso l’Aula Magna dell’Università di Roma. Raul Silvestri, già protagonista della Resistenza nella zona di Ripi, sempre nel Frusinate, portò all’attenzione dei delegati la drammatica realtà di Cassino: una città ridotta in macerie, ferita non solo dalle bombe ma anche dalla malaria. Molti bambini, con i loro visi ingialliti ed emaciati, soffrivano la fame e le madri tentavano di proteggerli dal pericolo delle mine inesplose nel terreno. Immediatamente alcune federazioni di Pavia, Imperia e Mantova annunciarono la possibilità di ospitarli. Il 6 gennaio, inoltre, arrivò una delegazione con un’autocolonna di soccorsi della Rai per consegnare viveri e medicinali, annunciando la disponibilità di molte famiglie del Nord ad accogliere i bambini e inviare ogni mese 150 pacchi.
Il giorno tanto atteso
Il 16 febbraio 1946 partiva il primo treno con 655 bambini di San Donato Val di Comino, Cassino, Sora, Ceprano, Isola del Liri, Ceccano e Frosinone diretti verso Prato, Bologna, Pavia, Parma, Imperia e Verona. Indispensabile fu l’aiuto di enti come la Croce Rossa italiana, l’Udi (Unione Italiana Donne), il Comitato di solidarietà per il Cassinate e l’Unrra (Amministrazione delle Nazioni Unite per il soccorso e la ricostruzione). «Il giorno della partenza noi tutti ci ritrovammo in piazza, nella parte alta di Ceccano, dove c’è il monumento ai caduti. Eravamo in molti: bambini che dovevano partire, familiari, altri ragazzi che si muovevano in modo disordinato, curiosi. Tutti insieme, poi, scendemmo in corteo giù verso la stazione ferroviaria, incontrando altra gente che si univa a noi in un clima sempre più festoso. Alla stazione c’era già il treno ad aspettarci e nei vagoni vedevamo altri bambini che dai finestrini ci salutavano sventolando con gioia piccole bandiere» riferisce Maria Antonietta Carlini, detta Nenetta, ne L’infanzia salvata di Lucia Fabi e Angelino Loffredi (Tipografia Bianchini editore, 2011).
Resistenze e opposizioni
Ma non fu così per tutti. Molte madri lasciavano andare i propri figli nonostante i dubbi, le dicerie e le maledizioni: una parte consistente dei loro concittadini sosteneva che i bambini fossero diretti in Russia, dove i comunisti ne avrebbero fatto sapone o li avrebbero educati ad odiare la famiglia. La risposta di una donna, a nome anche delle altre, espresse con durezza il dramma che tutte vivevano: «Qui i nostri figli morirebbero comunque, dunque lasciamoli andare, almeno hanno un’opportunità di salvezza».
Una nuova vita
La tranquillità arrivò con le prime lettere, corredate di foto: i bambini apparivano finalmente in salute, felici, gli sguardi non erano più tristi e vuoti. Ebbero anche la possibilità di frequentare le scuole, ricevere il sacramento della comunione e fare delle vacanze nei quattro mesi in cui erano lontani da casa. L’amore delle famiglie ospitanti aveva ridato loro l’infanzia e la spensieratezza che rischiavano di rimanere intrappolate tra le macerie.

Ricordi che restano
«Tutti i giorni era una festa – racconta Antonio Rea, partito da Ceprano a soli 6 anni, mentre estrae dal suo borsello delle foto, tra cui una che lo ritrae a cavallo insieme ai suoi amici – Ho avuto la fortuna di essere ospitato da una famiglia molto agiata e sono rimasto a Pesaro circa 8 mesi. Oltre ad andare a scuola, giocavo spesso con i miei coetanei e andavo anche al mare con i ragazzi più grandi».
Le partenze successive
Visto il successo della prima esperienza, il 2 marzo 1946 da Cassino partì il secondo scaglione: 672 bambini diretti a Lugo di Romagna (Ra) e Perugia. Il 30 marzo fu la volta del terzo gruppo, con destinazione Milano e Trento. A metà aprile partì infine il quarto contingente, che raggiunse i comuni delle province di Siena e Ascoli Piceno.
L’impegno odierno
Ad oggi, in occasione dell’80° anniversario della partenza del primo “treno dei bambini”, l’Ecomuseo Argil e l’Associazione Culturale Fabrateria hanno avviato un progetto per raccogliere documenti, fotografie, video e testimonianze su questa straordinaria impresa di solidarietà. A questo proposito è stato istituito il “Comitato per le celebrazioni dei treni dell’accoglienza”, un organismo nato per accogliere il contributo di chiunque voglia partecipare attivamente alla memoria e alla valorizzazione di questa storia che mai come oggi ci invita a riflettere sui valori essenziali che tengono insieme la società e l’umanità, soprattutto di fronte alle tragedie della guerra.
L'autore
- Francesca Manna, nata a Sora (Fr) il 26 settembre 2004, ha conseguito il diploma presso il Liceo Classico G. Carducci ed è iscritta alla Facoltà di Lettere Moderne all’Università di Cassino



