La grotta di San Michele a Camigliano (Foto di Alessandro Santulli)

Uno scrigno d’arte sacra nella biodiversità. Il paradiso della Grotta di San Michele

Simbolo di unione tra arte e natura, completamente immersa nel verde e incastonata nel cuore del Monte Maggiore a 120 metri di quota, la Grotta di San Michele, o Sant’Angelo ad Guttam, è uno dei luoghi di maggior interesse storico, archeologico e paesaggistico di Camigliano, un piccolo e ridente comune in provincia di Caserta.

Notizie e riferimenti si trovano all’interno di un manoscritto redatto in duplice copia nel Settecento dal canonico Antonio De Cesare, conservato oggi presso il Museo Campano di Capua in cui si racconta come la grotta in origine fosse denominata “Tempio del diavolo” poiché dedicata a una divinità pagana e non cristiana. La grotta, d’origine vulcanica, è interessante per la sua particolare conformazione geologica: è composta da un ampio piano superiore che si apre verso Ovest e da un piano inferiore a forma di imbuto rovesciato ricco di stalattiti e stalagmiti.

Appena si accede nell’antro, sotto l’alta volta si percepisce una notevole differenza di temperatura. Subito si è immersi in un suggestivo atrio naturale, formato da un giardino con diverse varietà di arbusti e alberi da frutta, circondati da una brezza fresca e dal gocciolio dell’acqua che scende dalle stalattiti nel grande fondo sotterraneo della grotta. Sulla parte destra dell’ampia parete rocciosa, s’innalza un altare riparato da un tempietto in muratura a pianta quadrata, alto tre metri e mezzo. Retto da quattro pilastri angolari, formano tre archi a tutto sesto ed uno cieco. Il tetto, piatto, ha una copertura in tegole di cotto. L’altare è posto sotto l’arco e da esso è possibile ammirare la profondità del fondo della grotta.

Le immagini di Alessandro Santulli / www.alessandrosantulli.blogspot.it

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Tutto è circondato da un ciclo di affreschi piuttosto rovinati raffiguranti scene della vita del santo da cui prende il nome, databili tra la fine del XV e l’Inizio del XVI secolo e attribuiti ad Antonio Solario detto “lo Zingaro”: un pittore di origini abruzzesi, di scuola veneziana, attivo principalmente nelle Marche, a Napoli e in Inghilterra. Di particolare rilevanza, è l’affresco che funge da cornice naturalistica del baldacchino, sotto l’arco cieco, raffigurante La Madonna col Bambino tra i Santi Nicola e Michele. Con i capelli color rame adagiati sulle spalle coperte da un manto color porpora annodato sul petto, San Michele è ritratto stante con la mano destra in alto che bandisce una spada mentre con la sinistra tiene il filo con cui pesa un’anima.

Sulle altre pareti pare che in precedenza fossero ritratte delle figure non identificabili di cui oggi non vi è traccia, forse dipinti della divinità pagana. Nella grotta, è possibile notare anche due invasi in pietra viva formatisi attraverso i secoli a causa dell’erosione provocata dalle gocce d’acqua che cadono dalle stalattiti.

Nonostante le varie esplorazioni nel corso degli anni, non si è riusciti a stabilire per quanti chilometri si allunghino i profondi cunicoli della grotta. Luogo di culto e di escursioni da parte di grandi e piccini, la grotta rappresenta indubbiamente uno dei paesaggi più naturali e incontaminati di tutta la provincia di Caserta.

L'autore

Carolina Anna D'Errico
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“Sto scrivendo un'autobiografia non autorizzata”

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