Felici e sostenibili. A colloquio con Grammenos Mastrojeni
Tutti noi possiamo contribuire alla salvaguardia dell’ambiente, attraverso scelte virtuose che migliorano anche la nostra qualità della vita. A te per tu con il diplomatico e scrittore italiano che teorizza gli “effetti farfalla”, atteso a Gaeta il 3 e 4 giugno per il Symposium on Social Transition and Climate Change organizzato da Unicas
Grammenos Mastrojeni, 56 anni, è un diplomatico, docente e scrittore italiano. È stato coordinatore per l’ambiente della Cooperazione allo sviluppo, capo delegazione ai negoziati internazionali su clima, biodiversità, acqua e oceani. Dal 2019 è Segretario generale aggiunto dell’Unione per il Mediterraneo con sede a Barcellona. Svolge anche un’intensa attività divulgativa che l’ha portato a pubblicare fra gli altri i volumi “L’arca di Noè” (2014), “Effetto serra, effetto guerra” (con Antonello Pasini, 2017) e il più recente “Effetti farfalla” (2021), tutti per Chiarelettere e tutti centrati sulle tematiche ambientali. Mastrojeni parteciperà al Symposium on Social Transition and Climate Change che l’Università di Cassino e del Lazio meridionale organizza per il 3 e 4 giugno al Castello Angioino di Gaeta, proprio per mettere a fuoco i cambiamenti sociali indotti dal cambiamento climatico e dalla transizione ecologica. L’abbiamo intervistato per conoscere più da vicino la sua attività e ragionare insieme sul ruolo della comunicazione nell’evoluzione della società contemporanea verso la sostenibilità.
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La prima domanda riguarda proprio il ruolo che svolge e la sua attività da scrittore. Perché ha scelto di occuparsi di ambiente?
Sono laureato in giurisprudenza, avevo iniziato una promettente carriera come avvocato durante la quale però è riaffiorata la mia precedente esperienza nel volontariato. Nonostante guadagnassi molto non mi sentivo per niente soddisfatto, così ho deciso di impegnarmi in qualcosa che riguardasse il bene pubblico. Questo però avveniva in un’epoca molto diversa da quella attuale, eravamo alla fine della guerra fredda e il nostro incubo peggiore non era l’ambiente ma lo spettro di un olocausto termonucleare globale. Perciò ho deciso di entrare in diplomazia e di lavorare per la pace come negoziatore occupandomi di soluzioni dei conflitti. Dopo poco tempo mi sono ritrovato a mediare un conflitto fra una tribù indigena dell’Amazzonia e una compagnia mineraria. Restando a lungo in contatto con gli Indios mi sono reso conto che il grande driver dei conflitti futuri sarebbe stato l’esaurimento delle risorse naturali e il collasso dell’ecosistema. Da lì, senza abbandonare la mia specializzazione su clima e conflitti, mi sono specializzato sempre di più sul tema ambientale e sulla necessità di salvaguardare l’ambiente con un occhio all’idea che il crollo di quest’ultimo non rappresenta solo una perdita estetica ma destabilizza in maniera profonda tutta l’organizzazione umana diventando quindi motivo di conflitti.
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Il suo libro più recente, “Effetti farfalla. 5 scelte di felicità per salvare il pianeta”, spiega come la Terra sia un sistema in equilibrio e come per proteggerlo dovremmo cambiare il nostro stile di vita, ciò che mangiamo, come ci vestiamo e come ci muoviamo. Spesso siamo portati ad aspettarci la soluzione ad un tema del genere da chi è al di sopra di noi, ad esempio dai politici tramite nuove leggi, oppure grazie a nuove tecnologie. Ma il suo volume racconta come una piccola scelta positiva del singolo possa produrre un grande cambiamento su scala globale. Le chiedo quindi, perché è così importante che ognuno di noi faccia la propria parte?
Intanto perché le prime due prospettive a cui noi aderiamo in maniera spontanea sono assolutamente false. Ci aspettiamo ad esempio che la soluzione al problema ambientale arrivi dal presidente delle Nazioni Unite ma in realtà che cosa può fare realmente? L’Onu può produrre accordi, leggi che sono soltanto pezzi di carta ma l’ecosistema non reagisce ai pezzi di carta, questi diventano rilevanti quando sono di stimolo ad una modifica dei comportamenti da parte di tutti noi. Chiediamo, insomma, a quanti hanno una responsabilità superiore di obbligarci a comportarci in maniera virtuosa, come se questo comporti un sacrificio, quando in realtà le scelte di sostenibilità aumentano la qualità della vita o i soldi nel nostro portafoglio. Proprio perché io lavoro con i cosiddetti “grandi” nelle istituzioni internazionali, ho sentito l’esigenza di sfatare questa aspettativa e di spiegare che per schivare il disastro di proporzioni epocali che abbiamo di fronte dobbiamo innanzitutto compiere scelte di felicità. Un altro errore che commettiamo è, appunto, quello di aspettarci una soluzione dalla tecnologia. D’altro canto la prima definizione di sostenibilità si basava proprio sull’idea che bastasse migliorare la tecnologia per raggiungerla. L’idea era questa: attualmente consumiamo troppe risorse e quindi distruggiamo l’ecosistema. Però possiamo migliorare le nostre tecnologie per ottenere una migliore ragione di scambio fra risorsa prelevata e risorsa sostituita. Tutti i primi sforzi si sono indirizzati in questa direzione anche attraverso un paradigma applicativo che si chiama Legge di Hartwick-Solow. Questa però, era una visione molto settoriale che non teneva conto dei legami profondi fra degrado dell’ambiente e ingiustizia. L’ambiente si distrugge perché alcuni vivono troppo bene e altri invece sono in povertà. È chiaro che una risposta solo da parte della tecnologia a tutto questo può solo ritardare nel tempo la soglia del tracollo. Sottolineo che questa critica viene anche da Papa Francesco con l’enciclica “Laudato si’…”: c’è un capitolo secondo me fondamentale, nel quale lui critica il cosiddetto paradigma tecnocratico. Noi non risolveremo mai la questione ambientale con i pannelli solari e le auto elettriche, certo queste tecnologie sono utili ma non aiutano ad andare oltre il fatto che 860 milioni di persone sono assediate dalla fame. Porto un piccolo esempio per farmi capire: immaginiamo che io realizzi un programma di cooperazione allo sviluppo installando dei pannelli solari sopra una scuola di un villaggio in un paese povero. Posso aspettarmi da questa operazione un risparmio nelle emissioni di CO2 utile ma certo non risolutivo rispetto ai problemi del cambiamento climatico. Il vantaggio più grande per l’ambiente sta nel fatto che da abbiamo potuto garantire, attraverso questa scelta tecnologica, l’accesso all’istruzione.
Domani in allegato a @Corriere da non perdere
Effetto Serra, Effetto Guerra
Di Antonello Pasini e Grammeos Mastrojeni @GaiaThinks pic.twitter.com/ow4mG78z3E
— Giuseppe Onufrio (@gonufrio) August 20, 2020
Il messaggio del libro è chiaro, non servono rinunce eroiche ma semplici scelte di vita che sono alla portata di tutti. Potrebbe spiegarci quali sono le soluzioni più innovative che porta in luce?
In realtà d’innovativo non c’è nulla, ho solo “riscoperto l’acqua calda”. Sottolineo innanzitutto che le soluzioni che presento, oltre ad essere portata di tutti, migliorano anche la vita di tutti, in particolare di chi le compie. L’aspetto innovativo è un po’ nascosto, c’è una teoria economica alla base del libro, per quanto non volessi scrivere un testo accademico: quella per cui se noi tutti viviamo in maniera sostenibile, automaticamente il sistema ci colloca sul punto più alto della nostra curva di utilità marginale. La massima felicità ottenibile su questo pianeta è in armonia con il suo sistema generale, se noi entriamo in armonia con il sistema saremo ripagati con la giusta quantità di beni, di cose che possiamo fare e che possono fare gli altri, posizionandoci sul punto più alto della curva di felicità.
Nel libro si parla anche della relazione fra pandemie e distruzione dell’ecosistema. In che modo l’alterazione causata dall’uomo di determinati habitat naturali influenza la diffusione di virus come quello che ha provocato il Covid19?
Il discorso è più ampio, non riguarda solo le pandemie ma tutta la nostra salute. Il cancro ai polmoni che diventa più frequente nella Val Padana, zona più inquinata d’Europa, non è una pandemia ma fa più morti del Covid. Allargando ancora di più lo spettro, il riferimento che abbiamo oggi circa la sostenibilità, tramite l’Agenda 2030 dell’Onu, comprende 17 obiettivi. Se li realizzassimo tutti raggiungeremmo un condizione che si potrebbe esprimere tramite una sola parola: salute, sia individuale che sociale. Questa è l’ottica nuova sposata dall’Organizzazione mondiale della sanità tramite un approccio che si chiama One Health e che mette in relazione la salute sociale ed individuale. Il Covid rappresenta solo la punta dell’iceberg di qualcosa che ormai sta andando avanti da troppo tempo perché moltissime delle nuove malattie sono dovute ad una relazione scorretta con la natura. È il caso ad esempio del virus Ebola ma se continuiamo in questa direzione ci aspetta molto peggio, ad esempio proseguendo nella crudele pratica degli allevamenti industriali creeremo dei terreni di cultura di batteri super resistenti e terreni di mutazione molto rapida che porterà al salto di specie di molti virus. Andando oltre, lo scongelamento del Permafrost rischia di comportare la riattivazione anche di virus preistorici a cui il nostro organismo non è assolutamente preparato.
Un capitolo, infine, spiega come le caratteristiche territoriali dell’Italia permettano d’innescare un ciclo di recupero dell’ecosistema. Da dove si dovrebbe cominciare secondo lei?
Il nostro paese, per le risorse e le caratteristiche che possiede, potrebbe trasformare la sostenibilità in una miniera d’oro. Ha anche però un gigantesco problema che è quello culturale, nel senso che la sostenibilità si basa sulla percezione del valore del bene comune e noi italiani non siamo tanto capaci di considerarlo. Siamo il paese della Terra dei fuochi, degli abusi edilizi e via dicendo. Non è che ci sia una soluzione, a mio avviso ciò che potrebbe veramente mettere in moto questo meccanismo è la scuola. Un’istruzione vera, profonda e data a tutti che distribuisca gli strumenti per capire quanto perdiamo a fare le nostre “furbate” individuali contro la collettività. E quanto invece potremmo essere tutti più ricchi e felici se assecondassimo le caratteristiche del nostro territorio e il patrimonio che possediamo.



